Viaggio in Armenia

 

Viaggio in Armenia –

il testo è tratto da una conferenza tenuta nella sede del Touring Club di Catania

 

 
 
Dopo i viaggi che ho fatto nella mia vita , quelli del ragazzo ignorante di tanti anni fa, quando me ne andavo in giro con l’autostop, e quelli di questi ultimi anni del personaggio anziano che sono ora- mi sono accorto quanto siano stati importanti nel mio viaggiare , nel mio peregrinare , i sentimenti, i sentimenti che mi sono rimasti dentro, le sensazioni, il calore, la gratitudine , la ricchezza interiore ,di cui mi sono arricchito. Al ritorno , mi guardo intorno e riscopro il valore, il significato delle cose e della vita che pulsa nella nostra città ,gente,prospetti,spazi,materia,arte, architettura,luce, colori. Torno come risensibilizzato.
Del ragazzo ignorante , ricordo le chiacchierate con gli sconosciuti, camionisti,camerieri,compagni di viaggio, zingari, come ero io. Sono successe molte cose da allora ,l’interminabile degli anni di scuola fatti tutti con una tormentosa malavoglia, gli anni in cui sono passato sull’altro fronte come insegnante .Parlare a ragazzi di 18-20 anni delle cose che avevo capito, studiato, fatto come architetto,e nello stesso tempo ,imparare insegnando.
E’ questo lungo passato che mi ha dato un mio modo di viaggiare , un cercare di capire e memorizzare , fare tesoro di quanto rimaneva in me quando tornavo .In parte, in buona parte io sono i viaggi che mi hanno dato e lasciato emozioni.
L’Armenia è uno di questi viaggi. Non è detto: di molti non ricordo assolutamente niente , di molti mi sono rammaricato di averli fatti.

E’ possibile che alcuni di voi, molti di voi non siate d’accordo del valore dei miei sentimenti come miei ricordi di viaggio, di conseguenza dividerò questa conversazione in due parti la prima che sicuramente vi interesserà, che è l’esposizione libresca delle guide classiche , che danno concetti indiscutibili , e la seconda quella delle mie comprensioni, emozioni, dei miei incanti , che certo a differenza della prima sono discutibili.

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L’Armenia è un paese montuoso ,spogli costoni rocciosi, pascoli pietrosi, ,gole che si aprono fra pareti di roccia vulcanica . In architettura e nelle sculture l’impiego della pietra lavica è diffusissimo: è una delle caratteristiche che porta questo paese a ricordare la Sicilia, in parte ho sentito molto questo paese per il destino che ha sofferto, per la sua storia , per la conformazione del territorio che assomiglia molto al nostro.

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Confina con tre nazioni dalla civiltà ,storia, tradizioni ,diverse forse sarebbe il caso di definirle contrarie. La Russia anzi la Georgia, la Turchia, L’Iran.
E’ una delle prime nazioni che si è convertita al cristianesimo nel 301 dopo Cristo, un cristianesimo speciale ,dato che nega la natura umana di Cristo riconoscendogli solo la natura divina.Vedremo che questa visione di Gesù ha influenzato moltissimo l’architettura nei suoi spazi interni.
Prima del 1991 l’Armenia era sotto il protettorato russo, che statalizzando l’economia aveva permesso condizioni di vita dignitose, con l’indipendenza, la nazione si è trovata del tutto impreparata ad affrontare una conduzione politica economica ed amministrativa , competitiva. D’altra parte è quanto è successo alla Germania comunista con la caduta del muro di Berlino.
E’ diventata nazione indipendente nel 1991 e da allora è cominciato un periodo duro,terremoti, uno precedente tremendo nel 1988 ,inverni ferocemente rigidi con i combustibili razionati, la chiusura di quasi tutte le fabbriche ,una consequenziale disoccupazione insostenibile con punte che sono arrivate all’80% e naturalmente com’è avvenuto da noi un’emigrazione disperata,di quattro milioni di abitanti, un milione , un quarto della popolazione ha lasciato la sua patria e non è tornata. Oggi parte degli investimenti avviene grazie alle rimesse di denaro di chi è emigrato. A tutt’oggi metà della popolazione vive in condizione di povertà.

Le invasioni sono state innumerevoli, arabi, mongoli, un terremoto dopo l’altro,una serie di massacri .Nel 1896 un sultano fece ammazzare centinaia di migliaia di persone, lo stesso regime di Costantinopoli organizzò lo sterminio degli armeni che vivevano in Turchia. .

Memorial a quanto è stato fatto dai Turchi contro la popolazione Armena

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Non parliamo di quanto è stato fatto dalla Turchia , lo scoppio della prima guerra mondiale diede il via ad una vera pulizia etnica ,in otto anni dal 1915 al 1923 morì per mani dei turchi non meno di un milione e mezzo di armeni.Oggi la Turchia nega ( d’altra parte cerca di entrare in Europa) quello che fu un vero e proprio genocidio .
“Mio Dio lasciami sopportare il tuo dolore”sono le parole che maggiormente ricorrono nelle loro preghiere.
 
 
Noi che viviamo in città entriamo in chiesa , venendo dalla frenesia della città, rumori gente frettolosa,auto,motorini ,autobus ,semafori ,varchiamo una porta e all’improvviso ci troviamo in uno spazio del tutto diverso,fatto di silenzio, un silenzio ovattato, echi,preghiamo dimenticando una frenesia che è rimasta fuori, dove sentire la presenza di Dio è quasi impossibile per la maggior parte di noi , passiamo da spazi dove Dio è un estraneo, in uno spazio dove Dio è nell’attesa di noi.
Non c’è preparazione , anzi è una preparazione inversa , si entra per liberarsi dalla città, per differenziarsi. Gli architetti sentono questa difficoltà e cercano di creare un filtro , una scalinata, un doppio ingresso per annullare i rumori. Rare volte un sagrato,quando hanno lo spazio per realizzarlo.

L’Armenia mi è entrata nell’anima per questo, hanno costruito le loro chiese, nelle praterie,

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rocce,erba , fra grandi solitudini abitate da un silenzio assoluto, il gracchiare dei corvi , lo scampanio di un gregge,la chiesa si apprende visivamente da lontano , ci si avvicina lentamente ,guardandola e capendola sempre più , con la loro sagoma architettonica stagliata contro il cielo, con lo sfondo delle montagne,dove il sagrato è la lontananza, i grandi spazi.

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Prima della costruzione di queste chiese, le montagne erano sole, nell’angoscia di un silenzio disabitato, il silenzio dell’abbandono ,poi una volta costruita la chiesa ,il paesaggio è come armonizzato con la composizione dei tetti,

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una piccola cosa in mezzo a tanta solitudine, religione come ritiro, ma quella piccola cosa , è la nostra cosa più grande, la sete dell’anima , la creazione di un contenitore della nostra sete di infinito.

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Le montagne entrano con le loro vette nel cielo, ne fanno parte , e l’architettura in Armenia pare che sia disegnata ad imitazione delle loro sagome, triangoli delle coperture puntati ficcati nel cielo. La pioggia, il gelo, il vento, i terremoti, le frane, hanno scavato nei secoli la pietra .Il sole crea su queste superfici così tormentate ombre e luci spezzate , ed è la stessa luce che scivola sulle pareti della chiesa , si rompe negli spigoli, sui bassorilievi delle decorazioni , sugli spigoli dei tetti. Il tempo che ha lavorato instancabilmente , si trasferisce sulla pietra , materia che l’uomo ha impiegato per rivestire i muri con gli stessi colori, la stessa materia .

La luce non entra nella montagna se non nelle sue ferite, nei suoi crepacci, nelle sue grotte, una luce stupida, indifferente, mi dà dubbi sull’attenzione di Dio per la nostra terra, ma la luce che entra nella chiesa è altro, dà una direzione alla mia preghiera .Da una parte gli incidenti del tempo, dall’altra le complicazioni della mente.

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Chiesa e montagna , due diverse presenze , la montagna è una bellezza senza volontà, la chiesa è la fede disperata dell’uomo che vuole contenere lì, dentro quelle pareti Dio, in una concretezza che si fa surreale.
 
E’ l’inverso della città .La chiesa in città è la sorpresa , uno strano spazio, ficcato fra i condomini, nelle piazze,come un imprevisto fra i semafori, la fretta della gente, il fremito della città.
In Armenia è invece fra le solitudini delle gole. Il sole, la luce provoca ombre fra le asprezze della pietra fra i massi disseminati nel verde , e compositivamente fra i tetti, le cornici, gli aggetti, i giunti fra una pietra e l’altra .
Perché i materiali per i rivestimenti di queste architetture li prendevano sul posto, materiali di montagna, pietra di cui la montagna è fatta con tutte le tonalità cromatiche che la caratterizzano, ed il risultato è l’armonia, la montagna con la chiesa, senza violenza, un dialogo fra l’artificio e la natura.
 
L’ho già detto, la religione armena non riconosce la natura umana di Cristo e questo è un convincimento che differenzia la nostra preghiera dalla loro.
Se il Mantegna è grande per quello che ha dipinto è grande per il fedele perché rappresenta un Dio che soffre le nostre stesse delusioni, le nostre stesse lacrime , che riconosciamo nelle tele , negli affreschi nelle sculture.

In Armenia il Trascendente è pura astrazione , il credente non guarda un’immagine,perché immagini non ce ne sono, guarda dentro se stesso, ascolta la sua preghiera venire dall’intimo della sua anima e per farlo, l’isolamento della chiesa costruita volutamente lontano dal mondo civile , è un isolamento voluto. Non esistono vetrate, siamo lontani dalle trasparenze del gotico, una volta varcata la soglia, si entra in uno spazio chiuso, fatto di muri ostili a quanto c’è fuori, solo un foro in cima alla cupola, feritoie in alto, spiragli di cielo, luce verso la quale tende l’aspirazione , la speranza. Da una pianta che poi vi farò vedere lo spazio interno della maggior parte dell’architettura religiosa Armena , non è uno spazio di percorsi, percorsi dell’andare, ma il percorso è il percorso dello sguardo, dell’anelito, che è in noi , sguardo di una preghiera che non può che avvenire fra mura chiuse, come è chiuso in noi l’inesprimibile .La preghiera si fa concreta nello sguardo verso la luce ,verso il cielo che trapela.

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E non è un caso che intorno a queste piccole aperture a questi spiragli la decorazione si arricchisce ,in modo che la luce possa giocare con la pietra scolpita,bassorilievi scavati per sottolineare un punto di attrazione.

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La stessa decorazione che incornicia l’ingresso.

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Stai attento, stai entrando in uno spazio importante.

 
Si parla spesso, di Resistenza, forse troppo. Anche il restauro si potrebbe definire una forma di resistenza. Al tempo, alle sue ingiurie ,alla fine. Leggevo tempo fa che la vita è una disegnatrice paziente .Ora ti disegna una ruga, poi un’altra , i capelli diventano brizzolati, poi un po’ di più ,poi bianchi etc.

Ida Magli, vecchia intellettuale scriveva che la natura è buona, opera per piccole sottrazioni. Prima ti facevi chilometri a piedi, poi di meno, poi un poco di meno, ricordavi tutto, poi ti accorgi che qualcosa la dimentichi, e ci vedi di meno etc.

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L’abbandono è arrivato pure in Armenia e l’abbandono accelera il degrado e con il degrado la distruzione , le chiese cadono, e così le volte e i tetti, e un’opera architettonica destinata alla preghiera cadendo si avvia a tornare massi in disordine, caso, niente, montagna.
Brecht scriveva :”Niente è più reale del niente.”
Il restauratore fa un’opera di resistenza ,restaura contro l’abbandono, il degrado, la fine,ma non sono certo che un’opera restaurata sia più significante di un’opera caduta, perché colpita dal destino che ci riserva la vita a tutto, a tutti noi.
E’ un’impressione che ho avuto ad HOVHANNAVANKin un confronto diretto.

Qui la terra si è spaccata,

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un canon profondissimo, un fiume di rocce impraticabile immenso lungo chilometri, una ferita ,proprio di fronte ad un tempio che sta per subire la stessa sorte, lo stesso destino, un avvio all’inutilità.

In questo ascolto di sentimenti, emozioni in cui alcune volte mi sento come ubriacato preda di riflessioni discutibili , mi vengono alla mente riflessioni un poco folli , non è detto che se la follia detta paragoni insensati , questi paragoni siano privi di importanza.

Questa profonda spaccatura non portava acqua ,

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ma conduceva lo sguardo , lo conduceva lontano sempre più lontano fino alla fine , ad incantarsi alle pendici parzialmente innevate del monte Ararat.

Il tempio di HOVANNAVANK è abbandonato, in un forte strato di degrado, i tetti in parte sono caduti, gli spazi che erano solo interni trapelano all’esterno. Probabilmente avete avuto l’esperienza di vedere l’intonaco caduto su alcuni muri della nostra città antica e vi sarete resi conto come questa caduta abbia messo in luce la struttura del muro sottostante. A parte la bellezza di questo paramento, il degrado ed il conseguente distacco ha messo in luce quanto era nascosto, coperto.
 
Ed ecco la riflessione:abbiamo già detto che all’interno del tempio solo un foro, solo delle sottili feritoie danno la visione del cielo, ma lo sguardo, come all’esterno lungo il canon,è condotto lungo i giunti fra un concio di pietra ed un altro, giunti in genere screpolati dal tempo, dall’esposizione alla pioggia , al gelo, al disgelo. Diventa leggibilissimo di conseguenza che i giunti fra una lastra di rivestimento e l’altra tutti sono stati studiati con un’unica direzione verso quell’unico oblò di luce , per il fedele ,quel lembo di cielo e di luce ha la stessa maestosità del monte Ararat.

Il giorno dopo siamo stati nel monastero di Geghard costruito intorno al 1240 chiamato anche monastero della roccia .

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E’ composto di una serie di chiese , cappelle, sepolcri rupestri. Non più una chiesa con la montagna come sfondo, ma una chiesa nella montagna.

Ci siamo infilati in una grotta trasformata ,

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una volta scolpita nella roccia , con quattro colonne portanti e scolpite nella pietra lavica , in un angolo è stata ricavata un’ apertura che si affaccia sulla chiesa sottostante , creando un’interspazialità fra due differenti spazi religiosi.

In questa grotta trasformata in spazio architettonico l’acustica è perfetta , ed è per questo che gli accompagnatori del Touring hanno programmato l’intervento di un coro di 7 giovani coriste vestite fino alle caviglie, di velluto blu.

Hanno intonato una serie di cori religiosi che hanno creato in me una nuova ubriacatura emozionale perché il canto, la pietra, gli spazi scolpiti, partecipavano insieme in un' unica eco, ombre ,

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vuoti , strutture , canto, si avvolgevano insieme , verso l’alto, le quattro colonne non erano più strutture, ma testimoni muti, alteri partecipi di preghiere cantate, non cantavano solo le coriste , ma anche lo spazio in cui eravamo nella sua penombra : in un canto,in un’unica composizione ,echi, pilastri volte, ombre.

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(questo al Touring non l'ho detto,lo scrivo ora)

Mi sono sempre chiesto per quale ragione le religioni ce l'hanno tanto contro il sesso, il più delle volte contro la donna.

Usciamo dopo l'emozione del coro ascoltato nello spazio-eco della cappella rupestre di poco fa.Vorrei fermare un sentimento di religiosità che sento ancora,prego i miei compagni di viaggio di fotografarmi in gruppo con le coriste.Ma la macchina fotografica non ha il grandangolo, state più vicino, un poco di più non riesco a riprendervi tutti, e mi avvicino, mi accosto, e sento, il mio corpo sente il corpo, le curve del corpo della ragazza che mi stava accanto.

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E addio spiritualità.

E ho capito.

 

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Fine