Io lo so perchè i barboni puzzano.

 
 
 
Non lo sapeva che sarebbe cambiato.
Altri si sono lasciati morire. La vita si deve conoscere per evitarla.
Di notte sull'autostrada per Catania: non voleva arrivare, non voleva tornare.
 
A casa. Quella fotografia, se ne era dimenticato, quel viso che gli sorrideva, un ricordo che tornava come un pugno nello stomaco.
Le lacrime scendono quando il dolore esplode dentro, così insostenibile da trasformarsi in pianto.
Come gli aveva detto Elide?Quello che mi dispiace è che queste lacrime non sono per me.
Erano per un'altra ma piangeva anche per altro, per tutto.
 
Quanto ero stupida quando parlavo di amore, l'amore ora lo so, è quello che provo ora per te, il giorno dopo gli scriveva una lettera in cui lo lasciava, qualche riga, una busta lasciata al portiere dell'albergo, capì subito che era lei.
 
 Era brava. Quando accavallava le gambe sapeva come fare, per un decimo di secondo esponeva tutto, cosce, reggicalze, slip, un'apparizione che lo lasciava senza respiro.
 In macchina godeva della lentezza che gli chiedeva, il buio gli sembrava colorato dalla sua pelle.
Una volta in cima a S.Martino delle Scale, si scatenò una tempesta, i suoi gemiti fra i lampi, contro i vetri rigati di pioggia e di fiati.
Poi spariva. Diceva a se stessa oggi è Lunedì. Non mi faccio viva fino a Sabato. Sabato telefonava e lo trovava assetato dopo un silenzio che l'aveva tormentato. Ciao. Parlava del più e del meno ignorando quei giorni di vuoto, e lui l'ascoltava con un nodo alla gola, non capiva, ma come faceva a non capire santo dio? che tutto era ben fatto perché sperimentato, era troppo importante avere un uomo che soffrisse, per sentirsi bella, necessaria, amata.
 
Un giorno al limite dell'esasperazione le urlò tutto il suo odio, un odio di animale torturato per gioco, ne fu sorpresa. Per poco.
Dopo avere letto la lettera era disperato, cercò una cabina per sentirla - doveva, doveva sentirla - al telefono lei parlava sussurrando come sempre,ma come poteva essere stato così fesso, quelle parole che le disse fra le lacrime, non potrò più vedere un cielo stellato senza rivederti, cretino, cretinate da canzoncine, lei rispondeva sussurrando, anch’io, anch’io, ma lui ormai sentiva solo dolore.
 
La macchina lentissima di notte, si fermò davanti ad un passaggio a livello, appoggiò la fronte sul volante, stanco di tutto.
 
 Dopo quando entrava un lavoro nuovo, al primo entusiasmo succedeva il fastidio. Chi lo riteneva un architetto geniale non sapeva che le sue idee erano sorprendenti perché progettare lo costringeva ad applicarsi in un interesse che non era il suo. Non erano progetti geniali erano solo rabbiosi. Entrare in studio, nei cantieri, negli uffici era contro se stesso, esibirsi in conferenze, corteggiare assessori, sindaci, presidenti, ingegneri capi, inchiodarsi davanti al tecnigrafo.
Era inutile che i clienti o gli operai telefonassero, non aveva voglia nemmeno di lavarsi,puzzava come un animale.
Fu l'indifferenza a guarirlo, lo guarì per sempre, perché rimase indifferente per sempre. L'indifferenza e la voglia di fine. La fine di che? Di tutto. Da una fine all’altra. La fine di un cantiere, la fine dell'università, la fine del matrimonio, la fine di un'amicizia, la fine di una storia con una donna, non faceva soffrire perché era incattivito, non gliene fregava niente, di vincere, di perdere.
Poi cominciò a sentire voglia di morire, un'ultima fine per svincolarsi.
Ma non soffrì più come allora. Sparì, non si fece mai più vivo, una maniera come un'altra per schiacciare i ricordi.
Ci si annoia da ragazzi, sempre le stesse cose, ballare, incontrarsi per scambiarsi il nulla, giochi di società di una cretineria indimenticabile, tutti quegli esami, quella vita di schifo da studente lo aveva abituato a vivere facendo finta di niente.
Si era messo in un'area protetta.
 
Dormiva. Ovunque, al cinema, si fermava di lato e dormiva in macchina, dormiva come morendo.
Dopo venti anni telefonò lei.                                                                   
La riconobbe subito, la stessa voce sussurrata, si era sposata, si era separata, aveva avuto un figlio, si era laureata in psicologia, curava anime malate, la sorella dopo essersi separata si era messa con un uomo con cui nel passato aveva avuto una storia,così aveva pensato di telefonare a lui, uomo del passato.
"Tante cose fra di noi sono da chiarire, ti ho sognato spesso in questi ultimi tempi, incontriamoci, se vuoi vengo a Catania, vuoi"?
Anche lei ricordava quella tempesta a San Martino.
Poi due lettere, poi altre telefonate, alla fine lo capì che era inutile,ma non era una vendetta, forse non capì la noia dell'uomo che venti anni prima aveva distrutto.
 
 
Ho settantacinque anni.
Mi piacciono un sacco di cose, il mare, il terrazzino illuminato dalla luna, partire, cose che non obbligano.
C'è la neve sull'Etna, ed è una bella giornata di sole. Me ne vado a vedere il mare. Fermo ad un semaforo in Corso Italia vedo un barbone, gli faccio cenno di avvicinarsi, lui sguscia fra le macchine ferme seguito dai suoi tre cani, prendo il portafoglio, sfilo una banconota e gliela dò lui, la guarda fa una smorfia, infila la sua faccia dentro il finestrino e mi bacia. Riparto. Odore di selvatico.
Lo so perché puzzi, lo so.
 
Deprimersi per amore, morirne? I reggicalze non si usano più.
Morirò di altro.
Fine
 
 
 
 
 
 
.