Il figlio di Carmelina.

 
 
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                                                                                                     Amori
                                                                                                               bisogna averne tanti.
                                                                            La vita troverà l'occasione per distruggere.
                                                                                                                                 chi ne ha uno solo.
 
 
 
 
 
 
Non ce la faccio più a stare a letto, riposarmi? Di che?  
Fin dall'Università ho sempre cercato   luoghi che sento diversi dalla vita della città, la stazione, il porto, i giardini pubblici. Il Convento dei Benedettini è a due passi da casa mia, ci vado, entro, è un luogo appartato, la ghiaia sotto i piedi, un poco di verde, non c'è nessuno.
 
Ho ancora addosso sulla pelle il suo sudore.
Sposata, fermamente intenzionata a rimanerlo, a mia disposizione, sopporto i suoi gemiti d'amore sussurrati al telefono a giorni alterni, è un piccolo sacrificio compensato da incontri lottati nella mia camera da letto. Mi alzo sfinito.
 
 Il silenzio rotto dal rumore della ghiaia mossa dalle mie scarpe.
 
Mi sento lontano ora, la città si sente appena, respiro silenzio, queste mura  incombono, mi minacciano. Sfilo dalla tasca la pianta. E' chiaro che avevano intenzione di raddoppiare lo spazio, due speroni in muratura dello spessore di sessanta centimetri escono dal transetto all'aperto, è facile capire un'intenzione di fruibilità, le superfici ancora intonacate, tagliate secondo la curva di una volta a botte progettata e non realizzata. E' un non finito, il colore rosso mattone dell'intonaco brunito dal tempo, le pareti strutturate da blocchi di pietra lavica strisciati dalla pioggia, sono invaghito da un passato che mi lega, infastidito da un presente nel quale sono estraneo, questi muri sono quanto è rimasto di un passato orribile che intimorisce, miseria contro potere, puzza di preti, di trame,di sopraffazioni. Sento come una minaccia che mi attrae, di fronte a muri che non sono ancora caduti.
Chissà se un giorno, qualcuno entrando nella mia stanza da letto sentirà le mie sfinitezze.
 
Torno, non faccio la via San Giuliano, prendo le traverse, le strade più strette, ho passato la mia infanzia in una casa che si affacciava su un vicolo largo meno di due metri, sentivo il rumore dei piatti di chi abitava di fronte, sarà per questo che oggi torno facendo un percorso diverso, la gente qui  resta, si affaccia, annaffia le piante, cucina, la radio accesa, i vecchi seduti fuori con lo sguardo fisso, il bastone fra le gambe.
 
Il detersivo è finito, anche gli stracci sono tutti sfilacciati.-
Vuole che li compri io?-
No li compro io, chissà cosa mi porta se li prende lei.-
Le dò i soldi ora?-
No, le porto il buono la prossima volta
Suo figlio?-
Ho parlato con i professori.-
Che dicono?-
E' bravissimo, la professoressa di Italiano mi ha detto che ha letto il suo tema in classe.-
Sorride, innamorata, deve essere stata bella fino a pochi anni fa, lo è ancora, il marito resta a casa, lei fa la serva, lui sta in casa a fare il disoccupato cronico. E' presa di odio per il marito e di venerazione per il figlio.
Quando ne parla, le ridono gli occhi si china per togliersi le pantofole, le vedo l'inizio dei seni dalla scollatura castigata, il suo corpo mi si manifesta mentre lavora, piegandosi mentre passa lo straccio, allungandosi sulla scala per pulire i vetri, si veste senza eccessi, spacchi, scollature, si rivela senza volerlo, le sue anche non straripano in jeans troppo aderenti, si mostrano sfiorando dall'interno la gonna, la guardo di nascosto, quando ansa spostando la poltrona dove uso leggere, quando si deterge il sudore con il braccio, la pelle bianca, le gote rosate,
 mi fa sentire un poco di musica? chiedendolo mi sorride.
 
architetto io ho finito,
la guardo, ride, a che sta pensando?
quanto le devo?
Mi ha già pagato la settimana passata, ride ancora, l'accompagno, ci vediamo Mercoledì.
 
Mi ha riempito il terrazzino di fiori, sa che preferisco i fiori rossi, è merito suo se il mio terrazzino è una festa di buganvillee, hibiscus, tutti rossi.
 
 La sera torno a casa al buio, Catania ormai è una città dissestata, chi è stato non si sa, non si sa chi  l'ha ridotta  ad un aspetto che mi ricorda gli anni della guerra. I prospetti sembrano inabitati, appena illuminati dalla luce della luna, è come una città abbandonata, case senza nessuno, finestre e balconi senza nessuno, una città in cui la vita è un ricordo.
 Anni fa hanno ficcato in galera un ingegnere del Comune per un albero, un geometra per usura, non avevano fatto niente, hanno messo agli arresti domiciliari una Sovrintendente ai Beni Culturali, sputtanata sul giornale delle accuse più infamanti, fotografata in prima pagina con il suo amante, morta di crepacuore dopo sei anni dall’assoluzione, di cui nessuno ha mai saputo nulla.
Sappiamo le cose prima dei magistrati, sapevamo tutti cosa stava succedendo, gli sprechi, gli investimenti, lo stato fallimentare verso cui correvano le cose del Comune, lo sapevano tutti, se ne parlava al bar, nell'autobus, nei cantieri, tutti, camerieri, idraulici, avvocati, architetti, loro no, non sapevano. Possono spiare le nostre telefonate, hanno a disposizione gli uomini migliori della  finanza, carabinieri, polizia. Ficcano in galera,  però sono sempre stati all’oscuro di quanto sapevamo noi.
Carmelina odia il marito, io sono pieno di odio per il buio che avvolge la mia città. Siamo pieni di odio perchè sappiamo chi odiare.
 
Mi domando se se ne è accorta di come ho passato la mattinata.
Amare una donna mi preoccupa, vivere con lei, accompagnare la sua vita.
Vivo solo, se mi amano facciano pure, a patto che dopo due ore escano.
Morirò solo, ma è da tempo che si affaccia la voglia di una morte anticipata, priva di attese, in armonia con la vita che ho vissuto. Mi sono preso a pedate per sessanta anni, mi sono imposto il corteggiamento di sindaci, assessori, ingegneri capo, le loro mogli, sorrisi. Ero nato per separarmi dal mondo, ma come fa un architetto a separarsi dal mondo?
 
Signor Sindaco, mi scusi se le telefono a quest'ora! Sua moglie vuole arredare il suo giardino? Ma certo, certo, vengo subito- non mi sono separato solo da mia moglie, l'ho capito dopo che volevo separarmi da tutto.
 
 Morirò solo.
Giuliano Ferrara, scrive che spera di essere circondato, morendo, da persone che lo amano: dimentica che lo possono amare solo per un tempo determinato, poi le persone che lo amano, si infastidiscono se la fine tarda ad arrivare.
"Non esiste il fine vita, esiste il morire" scrive, è vero, il morire percorre la vita, è l'aspirazione al morire quando ti accorgi che tutto è irragionevole.
" Finché c'è qualche buon cristiano che mi porta un bicchiere d'acqua lasciatelo venire".
 Non lo voglio il bicchiere d’acqua.
 
E' Mercoledì, tornerà il prossimo Mercoledì, per una settimana posso tornare al caos che scateno in casa mano mano che ci vivo. Entro, mi tolgo la giacca, le scarpe, i pantaloni, abbandono tutto per terra, giorno per giorno, camicie, calze, mutande, arrivo a Lunedì sera che inciampo in un deserto ammucchiato e disteso, nel soggiorno, nella stanza da pranzo, carte, calze, posta, libri, camicie, giornali, ci cammino, ci navigo.
L'interno del frigorifero è una tragedia, carote marce, sacchetti di carta fradici e vuoti, carne puzzolente, barattoli ammuffiti.
Martedì, disperatamente metto in ordine,rastrello stanza per stanza, le mutande in lavatrice, le carte nei sacchi, i vestiti appesi negli armadi, a fine mattinata, sfinito, tutto è tornato in ordine, domani viene Carmelina.
Non è venuta. Telefono io. Risponde il marito. Lei chi è. Io sono Rapisarda. Chi? Rapisarda, sua moglie mi aiuta a tenere in ordine la casa. Ah si, nostro figlio ha avuto un incidente con la vespa. E' all’ospedale. Si è fatto male? Ora sta meglio.
 Mi scusi buongiorno.
 
Dopo qualche minuto telefona lei. Il figlio è andato a sbattere contro una macchina in un incrocio, si è svegliato all'Ospedale, niente di rotto. Per ora non esce.
Appena mi rassereno torno da lei.
No signora non si preoccupi. Ma ora come sta.
Bene. Mi pare. Non parla. No, non è che non parla, per parlare parla, ma è come rabbioso. E' come se tutto gli desse fastidio.
 
(Se mi avesse telefonato, mi sarei risparmiato una sfacchinata.)
 
 
Posso fare qualcosa?
No grazie, vorrei solo... E' come se non fosse mio figlio.
Si, si guarda intorno ... no sta lì fermo, guarda il soffitto, è come se non si accorgesse che ci sono, se gli domando come sta, mi dice di stare zitta, non è mai stato così, non lo riconosco.
Passerà, probabilmente è stato lo choc, risvegliarsi all'ospedale, la paura, quando si rasserenerà, tornerà come prima.
Piange.
Mi telefoni, mi dia notizie, e se posso fare qualcosa non faccia complimenti.
 
Probabilmente ha sbattuto la testa, e anche con il casco il cervello potrebbe avere sopportato un urto, la sua massa budinosa potrebbe per inerzia avere subito un urto violento contro la parete del cranio e subire un danno, ma che faccio, cerco di capire le reazioni di un ragazzo che non conosco?
E se, lì, sdraiato sul letto, senza fare niente, capisce troppo della sua vita? Scuola, libri, le attenzioni della madre, il padre sempre in casa, una casa senza parole, giornate organizzate da altri, vissute  per cose che gli sono del tutto indifferenti, che non capisce.
E l'odio è lì sempre pronto, l'odio in reazione alla propria inadeguatezza, gli altri si muovono con una scaltrezza innata,  e lui sbatte contro le difficoltà, per uscirne sempre vinto, mai un miglioramento, una via di uscita. E scoppia di rancore, per se stesso, per la vita, un'attrazione per una violenza risolutiva.    
L'odio. Che chiude con i ragionamenti, una ribellione totale, basta, basta con le prudenze, le paure, ho ragione anche io, contro chi è più furbo, chi è talmente furbo da non farsi trascinare dall'odio, un odio che semplifica tutto.
La voglia di uscirne.
Per andare dove? Che importa? Sono stanco di lottare contro la vita, contro me stesso, uscirne per non avere più bisogno di lottare, non so per che cosa.
In Baviera un ragazzo di 18 anni è entrato nella sua classe con una bomba molotov ed un'ascia, e ha ferito mezza classe, la polizia ha dovuto sparare per fermarlo, ora è all'ospedale. Ho visto le fotografie su internet i suoi occhi pieni di rancore.
 
 
C'era un morto nella cripta, sdraiato, uno scheletro intatto, le ossa come farina, cosa si fa con un morto trovato sotto una chiesa: magistrato, poi carabinieri, una relazione- lo scheletro è presumibilmente anteriore a 100 anni fa, in buone condizioni di conservazione - un sacco di fesserie che non leggerà nessuno, faccio fare una scatola di legno, arriva uno dal cimitero, con i guanti, lo scheletro sfarinato lo ficca nella scatola, lo seppelliamo nella parete della cripta, tanto qui è tutta terra bagnata, sarebbe meglio appenderci una croce dice il prete, nessuno sa il mio stupore, nell' averlo scoperto lì sotto, con le orbite vuote verso il soffitto, fuori c'è la luce, per un sacco di tempo la chiesa era spazio per laboratorio di scenografie, le voci lassù in alto e lui diventato niente, le voci in alto, e lui segretamente, al buio, una cosa. Sono stato fermo, per un po', aveva ancora qualche straccio addosso, un momento di verità, incomprensibile,inspiegabile, intenso, le minchiate di fuori di lì, e noi due muti uno di fronte all’altro, lo scalpiccio delle mie scarpe, esco, molto sole, molta luce, spiego al vigile che sono direttore del cantiere, mi lascia andare, sono saturo di pena.
 
Il calpestio della cripta è in terra battuta, non posso lasciarla così, dovrei lasciare tutto così come l'ho trovato, ma chiunque scenderà lì sotto, non potrà camminare sulla terra battuta. Posso usare come inerte la stessa terra, amalgamarla con del cemento idraulico, spalmarlo su un sottofondo armato di rete elettrosaldata, levigare il composto con la cazzuola. Se riesco a imitare perfettamente il colore della terra, tutto sembrerà come sempre. E' uno spazio che non può rimanere al buio,se immergo un pozzetto a terra di fronte ad ogni vasca di scolo, la luce radente toccherà la materia scabra della volta moltiplicandone le ombre.
Mentre prepariamo il massetto per porre in opera il pavimento della navata, viene alla luce una botola esattamente sulla volta della cripta, forse facevano scivolare i morti di lì. La chiudo con un pannello in vetro calpestabile intelaiato in una struttura in acciaio, da lì sopra si potrà vedere e capire lo spazio della cripta, lo spazio dei morti visto dallo spazio dei vivi, dallo spazio dei morti guardando in alto, si potrà intravedere la volta affrescata della navata, il muoversi della gente, lo spazio delle vite fermate, animato dalla visione di chi ancora c’è.
Esco torno vado in studio, torno in cantiere, ci dormo sopra, parlo con gli operai, disegno, correggo, in alto sulla parete di sinistra della navata c'erano delle finestre murate perché in periodi successivi hanno costruito un fabbricato in aderenza, disegno le stesse finestre in ferro, incernierate come ante, il vetro rigato da sabbiature che imitano il comporsi delle linee della volta, le illumino dal retro, è come se le finestre fossero tornate illuminando la chiesa come prima, gli impresari mi scassano la minchia lamentandosi che non ce la fanno con le spese, che ci stanno perdendo, mi metto ad urlare al telefono minacciandoli di chiudere il cantiere, si calmano, ricominciamo, faccio finta di niente, il restauro delle decorazioni della volta procede alla perfezione, se quei gran fessi degli impresari fossero dello stesso valore dei loro operai, il cantiere avrebbe una conduzione ideale, le parti perdute degli affreschi riesco a retrocederle come fondo, lotto contro una stanchezza che mi accompagna sempre, torno a casa sfinito, resto al buio, mi lascio andare al nulla al quale aspiro, cercando di non ricordare. Sono stanco da sempre.
 
 Ogni tanto parto, Etiopia, Algeria, Armenia, Egitto, India,Birmania, mi trascino da un continente all'altro, poi torno, corro in cantiere, a casa affondo dove capita, in poltrona sul letto, gli occhi chiusi, stanco anche di me, non ho voglia di fare, vorrei affidarmi alla mia pigrizia, vorrei ripartire,   debbo risolvere lo spazio dell'abside, nel fabbricato in aderenza si è fessurato un tubo dell'acqua, una macchia di umidità si allarga su una delle pareti della chiesa, una volta riparato il guasto la macchia potrebbe sparire, devo spedire una raccomandata di diffida,
attraverso via Etnea, pronto? 
Un autobus per un pelo non mi mette sotto,
pronto?Oh signora, come sta suo figlio? Non la sento!
 Le imprecazioni dell'autista.
 
Signora, mi scusi per poco fa, ero per strada, e sentivo male, come sta suo figlio? No no non si preoccupi, quando vuole, domani? Ormai la settimana è finita, se lei può, preferirei Lunedì. Bene, l'aspetto.
Stacco il telefono.
Sabato, Domenica, due giorni senza niente.
 
E' a casa da una settimana, nessuna frattura, la frattura ce l'ha nell’anima, è tornato a scuola per andarci solo il primo giorno, poi se ne è andato a spasso, la madre l'ha saputo dopo, per caso, la sera non torna, passa parte della notte fuori, ha conosciuto gente, gente strana, ragazzi strafottenti e terrorizzati, grosse moto mentre lui ci va con l'autobus, si riuniscono in un bar in via Mario Rapisarda, lo hanno accolto bene, forse perché è così diverso da loro, loro con jeans e magliette firmate, ragazze, orologi da 500 euro.
 
Ha piovuto tutto il giorno, ora è notte ma c'è una luce strana, le case gli alberi del viale si distinguono per una luce strana un poco rosata, cammina da solo, torna a casa
fra le pozzanghere, gli hanno fatto conoscere altri, che ridono di meno,
vorrebbe lavorare con noi,
lo hanno guardato, in silenzio, vestiti, faccia, negli occhi,
 lo conosci?
Si sono convinti, tanto gli daranno un minimo da piazzare gli hanno detto dove, in che orari, il prezzo,
 
puoi farli pagare anche un poco alla volta.
 
Si ribella così,  alla scuola, la sua casa, suo padre, il rifiuto di tutto, gli manca il respiro, per quello che dovrà fare, ma si sente carico, deve farlo, il fiatone non ce l'ha per le scale che ha fatto di corsa,  ma perché da domani, domani comincerà, non vede l'ora, guarda sul tavolo della cucina la tazza capovolta per il caffèlatte, il burro, il barattolo del miele, il cestinello con i biscotti coperto da un tovagliolo appena stirato, le posate, è la sua colazione per domani mattina quando la madre se ne sarà andata a lavorare, e lui starà ancora dormendo come il padre. Da domani, la sua vita, sarà altro.
 
 
 Avevo 12 anni, quando mi massacrarono di botte. Passavo nel momento in cui loro stavano buttando una pistola fra un mucchio di scatole di cartone, non dissero una parola,  hanno avuto paura di essere stati visti, si avvicinarono e continuarono, con calma, fino a quando cascai per terra, la faccia tumefatta, rigata di lacrime, una donna passando mi guardò ridendo, sono passati 60 anni e non ho dimenticato. Non dimentico niente, mai, attraverso la vita senza accorgermene, e non dimentico, è come se fosse successo da poco, un uomo saturo di violenza, che ricorda di essere stato picchiato quando era un bambino. Penso a loro ogni tanto, a tutti quelli che mi hanno picchiato allora, a  mia madre, e sono sostituito dalla ferocia di un assassino.
 
In poche settimane ha comprato una Ducati usata, resta in casa la mattina, fa le consegne nel pomeriggio si muove senza le prudenze che adottano i suoi amici. Va in giro con un piccolo zaino, zeppo di droga, si appunta le richieste su un blocco notes e il giorno dopo consegna e si fa pagare e pagano tutti, studenti, operai, professionisti, sa come fare, come mercanteggiare, ha imparato ad essere violento se non lo pagano, se ritardano, e alla fine incassa, consegna la percentuale a chi l'ha rifornito, ormai sa dove andare, se non trova la partita di marijuana (alcune volte ne richiede a chili) lo indirizzano presso un altro fornitore, lo vede che gli altri nascondono le bustine nell'imbottitura del casco, della giacca a vento, nelle scarpe, ma lui ormai è come accecato e corre, i nigeriani gli forniscono la cocaina, una volta al mese va a Napoli e torna con l'eroina che gli hanno chiesto, non lo ferma nessuno, vola con la moto con la disinvoltura di un rappresentante, ormai si veste come un signore, i migliori negozi della città lo conoscono, il suo armadio è zeppo di giubbotti, jeans, scarpe delle migliori marche, una volta tornando a casa, ha incontrato un gruppo di ragazzi della sua classe, li ha guardati con stupore, non vuole nemmeno ricordare.
 
 
Settimana per settimana Carmelina, ogni Mercoledì torna da me, puntualissima come sempre e mentre lavora nei pochi minuti in cui io mi trovo in casa mi racconta del figlio, è come se lavorare e parlarmi le serva per sfogarsi, per capire.
La sera gli prepara la tavola per la colazione dell'indomani mattina, non si vedono quasi mai, di Domenica quando rimane in casa, lo guarda uscire dal letto, riscalda il caffé, il latte, lo aspetta, cerca di capire, ma è come parlare con un muro, sfugge, il dolore della madre gli è indifferente, organizza la giornata, esce dal bagno, si veste, se ne va, nessuno sa se torna, a che ora, se mangerà con loro, lei si affaccia dalla finestra, lo guarda andare via, si siede dove è stato seduto il figlio, guarda il vuoto, incapace di muoversi, ferma sulla propria angoscia, alcune volte ha visto chi lo viene a prendere, le telefonate che arrivano, le risposte che dà, ha paura anche di capire, di pensare, di prevedere,senza sapere che fare. Ne parla con me.
 
Progettando i particolari della copertura della casa del dottore Franceschini, ne ho aumentato l'aggetto realizzando la grondaia in cemento armato invece che in rame, a lavoro terminato,  la falda sembra che voli. Mi hanno denunciato perché mi sono avvicinato di 20 cm al confine, debbo demolire. Guardo il confinante che ha sporto denunzia sognando maledizioni mentre sorride felice, mi manca il respiro mentre lo guardo. Il giorno dopo è morto. Un infarto lo ha stroncato. Non sapevo di avere questi poteri.
La Provincia nel frattempo ha perso il terzo stato di avanzamento, naturalmente secondo loro non è stato mai consegnato, gli porto il numero di protocollo, con il numero di protocollo sfogliamo il registro delle documentazioni consegnate e troviamo la prova della consegna, vado dall'ingegnere capo che trova immediatamente la soluzione: consegniamo da capo il mandato, tanto a lui che gliene frega se l'impresa non incassa.
Il garage dove lascio l'auto ha iniziato i lavori di restauro, debbo togliere l'auto, ora per tre mesi, dovrò lasciarla in strada, passerò il tempo a trovare un posto.
La sera me ne torno a casa, chiudo la luce, cerco a tentoni la poltrona, mi spoglierò più tardi, mi metterò a cucinare più tardi, la mia vita mi fa schifo.
 
Sto scendendo le scale, non c'è molta luce, non ci sono finestre, non riesco a vedere la fine, dopo il primo pianerottolo sento che la ringhiera non è fissata bene, i paletti con la spinta della mia mano si muovono, continuo a scendere, la ringhiera ormai sta per staccarsi, poi si stacca e casca sotto, laggiù un gran fracasso, continuo a scendere strisciando contro il muro, qualche pedata ha il marmo fratturato, ad un certo punto mi accorgo che il marmo si è staccato del tutto, il cemento sotto le mie scarpe si sbriciola, manca ogni tanto qualche scalino, la scala si interrompe,
potrei risalire, ma io debbo scendere, dalla tromba della scala, penzola nel vuoto una corda, mi sdraio tendo la mano e riesco ad afferrarla, sono sospeso, la corda oscilla, pieno di terrore mi calo un poco alla volta, sbattendo contro i muri che mi circondano, le palme delle mani mi bruciano, sento sotto le scarpe che sono arrivato, sono al buio, la corda continua ad oscillare, tocco terra con le ginocchia e riesco a frenare le oscillazioni, c'è una porta socchiusa, filtra luce, entro, sono nella mia cucina, ma la mia cucina non ha porta! entro, il pavimento comincia a spaccarsi, mi tiro indietro, mi schiaccio contro il muro. Nel baratro, ondeggia uno specchio d'acqua, trasparente, cristallina, purissima, mi metto in ginocchio e mi affaccio, ci nuotano grossi pesci, colorati, intimorito, incuriosito, infilo la mano nell'acqua, ne tocco uno, una sensazione come una carezza, suona il telefono, non riesco a svegliarmi, per qualche istante sto paralizzato sulla poltrona,
 
pronto?
Una cosa è certa che se non telefono io, tu non ti fai mai vivo.
Stavo dormendo.
A quest'ora? Così presto, sono le otto!.
Ho avuto una giornata un poco trafficata.
Vuoi che me ne vada?
No, no, come stai?
Mio marito è caduto, sta in poltrona da tre giorni, il ginocchio gonfio, televisione e giornali dalla mattina alla sera.
E' caduto in casa?
No, è scivolato in un marciapiede.
I dottori che dicono?
Per ora gli hanno ordinato riposo assoluto, poi si vedrà. Lo sai che mi manchi vero?
Oggi è Venerdì, nella prossima settimana potremmo vederci, dimmi tu il giorno.
Martedì. Ti telefono Martedì mattina. Ti dò un bacio?
Ti aspetto.Ciao.
Ciao.
 
 
 
 
Mi manchi, le faccio un prezzo da amico, signora, le presento un grande architetto, ma per lei il tempo non passa mai? Non credo a niente, quando ero ragazzo, mi tuffavo nei sorrisi degli altri, ora è come se non mi dicessero niente, la Sicilia è la terra dei proclami, la parola più sprecata è amicizia, le faccio un prezzo d'amico, per me basta la parola, un frasario di fesserie, faccio fatica a mascherare la mia indifferenza, sono un uomo solo, ho dentro di me solo silenzio, perché vieni  Martedì, perché ti manco? Vieni perché tuo marito non ti piace più, se gli si presentasse il pericolo di un sospetto di adulterio il tuo grande amore sparirebbe. Io sono un pensiero meno banale degli altri, un fremito che nel tempo passa. Le donne addobbano, la tavola, la casa, non metterebbero mai lo zucchero in un barattolo qualsiasi come faccio io, non mangerebbero mai direttamente dalla pentola, con il piatto sulle ginocchia, quando vado in banca i computers delle funzionarie sono adornati di microbambolotti, fiorellini di stoffa, conchigliette, noi uomini facciamo parte del loro addobbo, della loro vita, dei loro pensieri, nella fantasia addobbano pure il loro amante, se la fantasia è segreta l'addobbo è più caldo, non possono dire vengo Martedì perché con te mi piace il sesso, il sesso deve essere addobbato con " mi manchi" - compongono la loro vita, se  i loro microbambolotti, i loro fiorellini si perdono, loro passano all'addobbo successivo, se si stufano del loro uomo, lo piantano, vanno dal parrucchiere. Il bambolotto sta per essere sostituito
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Carmelina per favore in quel sacchetto ci sono tre magliette e un paio di jeans. Ho già lavato tutto io, dovrebbe stirarmi le magliette, e cambiare la cerniera nei jeans.
 Naturalmente signora, non c'è fretta, poi per favore dovrebbe passare la cera nel parquet della stanza da letto, pronto? È mia moglie, la più grande addobbatrice della mia vita, umidità? E dove? Sarà stata la pioggia di questi giorni, vengo Domenica e gli dò una guardata, d'accordo, ci vediamo, ciao. Quando mio figlio era ancora piccolo sembrava uscito da un college, io sono l'unica cosa - cosa - che lei non è riuscita ad addobbare, ma per lei quella macchia di umidità nel soffitto è una coltellata.
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Carmelina me ne vado.
architetto telefono!
Risalgo di corsa,
pronto,  sono io, sì è qui, mi scusi lei che è?   
Un momento.
Le porgo il telefono,
 
E' la polizia. La polizia per Carmelina.
 
 
 
Fuori non aveva tempo, in galera di tempo ne aveva troppo, e a forza di pensare, capiva. Il carcere è un luogo di fessi, fessi come lui, gli altri erano fuori, pieni di soldi, al riparo perché il lavoro sporco lo portavano a termine i fessi, che arricchivano i loro fornitori, un fiume di soldi che veniva dappertutto. Vendono e fanno vendere tutto, droga, prostituzione, il ricavato del pizzo andava quasi tutto a loro, mentre i fessi rastrellavano, intascavano la loro parte e vanno in galera, se un bar un ristorante, un negozio, languiva, i fessi organizzavano gli incontri, gli altri patteggiavano e il negozio continuava a languire, ma pochi sapevano che gli incassi lievitavano. A fine giornata, si battevano scontrini per una cifra concordata e virtuale, il proprietario dell'esercizio si prendeva la sua misera percentuale, ed il resto gli era contestualmente consegnato perché lo versasse in banca, soldi lavati. Pagavano tutti, si fanno pagare anche le postazioni dei posteggiatori abusivi, di quei poveracci che sotto l'ombrellone vendevano frutta, insalata, pesce, una città occupata, da chi comprava tutto e ovunque, terreni edificabili, edifici nelle zone più aristocratiche delle città, cantieri miliardari, lavori pubblici, strade, autostrade, soldi, soldi, potere.
Durante il processo e dopo la condanna erano andati dalla madre, offrendole una sovvenzione, per l'avvocato, per vivere, stentarono a crederlo quando la signora  rifiutò, preferiva lavare le case degli altri piuttosto che prendere soldi da loro, chissà se sapeva come facevano.
 I fessi facevano un giro, ed esigevano una donazione perché c'era una persona in carcere che aveva lasciato la famiglia nei guai, e naturalmente, nessuno si sognava di non assistere il carcerato, e chissà se i soldi raggranellati dai fessi andavano tutti, proprio tutti, nelle tasche dei familiari da proteggere, e lui era in galera, come gli altri, rapine, scippi, droga, carne da macello. Aveva tempo ora, e si faceva i conti, quanti soldi avevano incassato loro, con la droga che lui ha venduto al dettaglio, e quanti erano i ragazzi come lui che portavano la percentuale pattuita, e faceva conti, differenze, la moto, i capi firmati, era tutto contento, non si era accorto che al confronto era sempre e solo un morto di fame, come il padre, come la madre, come i suoi compagni di scuola. Un branco di straccioni.
 
 
 
Era attento, ora. Aveva affittato una stanza, in fondo ad una traversa di Via Umberto, un cancello, scale, all'ultimo piano c'era la stanza, ci andava di notte, si assicurava di non essere seguito, saliva le scale attento a non fare rumore, lasciava lì dentro il suo carico di marijuana, cocaina, morfina, scendeva in silenzio, con lo zaino svuotato.
 
 
Era bravo, più bravo di tutti, il suo giro di clienti si era allargato, ora consegnava anche a gente piena di soldi, professori universitari, industriali, figli di papà, e un po' alla volta capiva, cercava di capire, imparava, la loro diversità, i loro quartieri, i loro giardini, gli interni delle loro case, tutti quei libri, i giornali, le riviste, i loro club, le loro telefonate, i loro interessi, il loro tempo libero.
 
 Ogni tanto qualche signora se lo portava a letto, era carino, ben vestito, giovane, era diventato bravo nel fare sesso, aveva avuto il sospetto che se lo scambiavano.
E faceva conti, tornava a casa si guardava intorno, non apprezzava l'ordine, il nitore della sua casa, della casa di sua madre, capiva solo le differenze, i suoi soldi, i suoi guadagni, la sua vita, e non capiva altro, la madre aveva segretamente valori, sentimenti, sensibilità, che lui non vedeva, e se li vedeva, non capiva, capiva altro, non sapeva capire altro, l'unico sentimento che lo invadeva era la rabbia che gli scoppiava dentro, per la galera che si era fatto.
La madre la sera apparecchiava la tavola, i tovaglioli stirati di fresco, colorati come la tovaglia, i bicchieri tersi, il rumore dei piatti, la televisione accesa, il silenzio cupo del marito che mangiava senza sapere cosa, il silenzio di lei.
 
Mi era grata  perché a casa nessuno si aspettava che lei pensasse. La trattavo non come l'ombra di una cretina che la mattina preparava la colazione per il figlio, usciva per fare la serva, tornava, cucinava, puliva e zitta. Mi sarebbe piaciuto farle capire che non è vero che si è bianchi o neri, fessi o intelligenti, ma che in noi, dentro di noi siamo in molti, diversi. Tutte le cose che sono state fatte, sostituite, aggiunte, stanno lì a dimostrare che le complicazioni alcune volte si totalizzano in armonia.
 Una mattina le feci l'esempio della chiesa di Sant’Agata al Carcere, che nel prospetto settecentesco conteneva un portale medioevale, l'armonia nell'incontro fra due epoche distanti 500 anni.
 Mentre tornava a casa andò a vederla, ed era emozionante vedere i suoi occhi brillare, mentre mi raccontava che ci era passata davanti, era la prima volta che qualcuno le parlava, parlava ad una persona non ad un ciuco, e le parlava un signore, un architetto, un professore!
 Pensavo, un giorno la porto a vedere le absidi medioevali della cattedrale contrapposte al resto della chiesa.
 
 Dovevo farlo allora, prima che il figlio la caricasse di angoscia.
 
 Piangeva e capiva, presentiva, senza potere fare niente, non sarebbe mai riuscita a capire suo figlio, programmata per la serenità, detestava le complicazioni.
 
 
 
 
In lui c'era qualcosa, non individuabile, che sapeva che sarebbe andato incontro alla sua fine. Una parte di lui, la più avversata dalla sua sete di vita, voleva che cercasse la morte, senza aspettare il momento in cui si sarebbe presentata a riscuotere un suo credito maturato. Quella sua vita non lo soddisfaceva, anche se questa sua insoddisfazione non era stata razionalizzata, non avrebbe mai trovato realtà risolutive.
Facevamo la stessa vita, una vita di corse, da un cantiere ad un altro, l'agenda zeppa di appuntamenti, clienti, banche, correre in studio per progettare, di giorno di notte,correre da un ufficio ad un altro perché perdevano tutto progetti, documenti in stanze dove non c'era nessuno, file all'agenzia delle entrate per dimostrare che i soldi che volevano erano stati pagati anni fa, cantieri, conferenze,come lui attaccato al cellulare.
Un giorno come un altro, le solite cose, telefonate, appuntamenti, piove, la moto rimane in garage, si siede al bar di Corso Sicilia per la colazione come sempre, la madre continuava a preparargliela in cucina, e lui la lasciava lì. Aveva imparato a vestirsi, non si pettinava la mattina, il viso incorniciato da una selva di riccioli neri, alto, arrogante, conosciuto, solo gli occhi tradivano il rancore che accompagnava la sua giornata, e lei lo vide, bella donna, 40 anni, sposata, separata, amante di un mafioso morto di cancro che l'aveva lasciata piena di soldi, proprietaria di un'industria di contenitori in vetroresina che lei gestisce con successo, bella casa, lo sente telefonare al radiotaxi, mentre paga il conto, si affretta a pagare anche lei, se lei vuole l'accompagno io.
Venti anni più di lui, sapeva come fare per non lasciarselo sfuggire, a letto era attenta a tutto quello che gli piaceva, spiava tutto quello che preferiva non solo a letto, nuda era uno spettacolo, non gli telefonava mai, aspettava che la cercasse lui, si faceva trovare in vestaglia, pronta, perché era così che lui voleva, cucinava per lui, dopo, parlava, gli parlava, come nessuno gli aveva mai parlato, si somigliavano nella religione che avevano dei soldi.
Da qualche anno era riuscita a trovare committenti al di fuori della Sicilia, e lei si era adeguata alla loro vita, al loro tempo libero, la donna del boss era diventata una donna elegante, la sera leggeva i giornali, partecipava con competenza alle loro discussioni, riusciva ad trasformare i rapporti di lavoro in rapporti di amicizia.
 Uscivano di rado, lui sprofondava pigramente nella casa di lei, dimenticava la rassegnazione di suo padre, gli occhi pieni di ansia di sua madre, quella donna era tutto quello che lui non capiva, che avrebbe voluto, i quadri appesi alle pareti, la musica che sceglieva, i colori, le luci, i tappeti, sapeva che lei era partita più o meno da dove era partito lui, le era legato, per quello che era, per l'avidità con cui se lo godeva, per la signora che era diventata, la sua pelle così bianca, il suo profumo, non gli faceva mai domande, aveva capito tutto, si era incapricciata di lui anche per questo. Non se ne era accorto che era bravo a fare l'amore grazie a lei.
 
 
Sai, penso che sia arrivata la fine, ma non ne possiamo parlare così per telefono.
Scusa perché non basta? Che altro ci dovremmo dire?
 Piange,
 tu non capirai mai cosa sei stato per me, scusa non ce la faccio a parlare, lacrime, scusa, e se ne va.
La sua realtà è la commedia, anzi il melodramma,  fare l'amore è per lei un'esibizione teatrale, urli, balbettii sconnessi, no, no, no, è troppo troppo, non resisto! Dovevo chiudere le finestre, perché il condominio non si allarmasse, una volta ad un funerale di un amico, fece un casino del diavolo, aah non dovevi morire, Dio mio no! I parenti erano terrorizzati, il marito impietrito, il prete sgomento.
 La fine di un rapporto d'amore per lei è un'occasione preziosa.
Ci sediamo una di fronte all’altra, singhiozzi disperati, io ti ho  sempre amato disperatamente, ma ora, ora...che avrebbe detto? Voglio bene a mio marito, ma per me è come se fosse un figlio, tu sei la vita...no no, non voglio che tu ti stanchi di me, abbracciami stringimi forte, forte, io ti apparterrò sempre, poi singhiozzando se ne sarebbe andata, magari scendendo le scale, i suoi singhiozzi si sarebbero trasformati in ululati in modo da farsi sentire mano mano che si allontanava, e io che faccio? Collaboro alla recita? E chi ce la fa? E se mi scappa da ridere?
 
Rimane il problema che se ne va, e io mi sono perso una gran comodità, veniva da me ogni tanto, facevamo l'amore, se ne andava, e io tornavo libero, solo, slegato, sopportare le sue telefonate ogni tanto, non era poi un gran sacrificio, valla a trovare un'altra così.
Mentre urino per la trentesima volta, me lo guardo con tenerezza, siamo rimasti soli my dear.
 
 
Al bar del porto chiedi di Antonio. Ti accompagna lui.
La consegna più grossa della sua vita. Non era mai stato al porto, non era mai stato in una barca così, gli fanno cenno di entrare, percorre la passerella incerto, entra, e si guarda intorno mentre aspetta, gli ottoni, tutto quel legno, i divani messi in circolo, i colori, i quadri fra un oblò ed un altro. Le richieste sono chiare, anche se espresse con un italiano stentato, naturalmente non è in grado di dare un appuntamento preciso, si informa sulla data della partenza, tornerà l'indomani, stessa ora, memorizza tutto, quantità, tipo di merce. L'indomani torna puntuale, discute l'importo, consegnerà la merce Lunedì fra quattro giorni, di mattina.
 
 
Il problema è all'entrata, c'è sempre il personale della capitaneria di porto, e spesso la finanza. Non lo fanno sempre, ma alcune volte fermano, e perquisiscono, se mi vedono passare con lo zaino pieno, mi possono bloccare.
Telefonami prima di entrare, poi ti telefono io e vedrai che non ti fermerà nessuno. Come ti pagano?
 Ho chiesto cinquantadue pezzi da cinquecento. Anche all'uscita ci sarà lo stesso problema.
Prima di uscire telefoni, poi esci. Tranquillo. Non ci saranno problemi. Versa tutto sul tuo conto, anche lì prima di entrare in banca, telefoni, te lo dico io da chi devi andare.
Quando vengo?
Dopodomani noi siamo pronti.
Vengo Lunedì mattina, alle sei, alle otto sono al porto.
 D'accordo, ci vediamo poi la prossima settimana, telefoniamo noi.
 
E funzionò tutto come un orologio.
Ventiseimila euro.
 
Non pensava, era troppo stanco, no non voleva mangiare, ti senti bene? Si mamma si, passò tutta la notte così, sognando, svegliandosi di soprassalto, dormendo ancora, l'orologio luminoso, le ore volavano, me ne vado, scende le scale di corsa, ancora è buio, non si accorge di niente, via Etnea, Piazza Stesicoro, qualche bar aperto, un caffé per favore, si guarda allo specchio un'altra volta, non si è fatto la barba, torna a casa, me ne vado, porca miseria puttana, me ne vado.
 
Più tardi versa i soldi in cinque banche diverse, San Giovanni la Punta, Tremestieri, Trecastagni, Valverde, Belpasso e torna con cinque libretti di assegni e cinque carte di credito.
 
 
Si sentiva stanco, sfinito, a casa, la madre non era ancora tornata, si chiuse nella sua camera, si sdraiò sul letto, all'Ospedale dopo l'incidente si sentiva così come ora, dove li aveva messi i libretti degli assegni? Si alza, li cerca, non li vede, poi si accorge che erano lì, davanti a lui, cambia loro posto, non li trova più un'altra volta, come un ubriaco, chiude gli occhi, la stanza gira, anche questo gli ricorda l'Ospedale, si addormenta.
 
Si infila un dito nel naso, sente una caccola che non riesce a tirare fuori, ci riprova, si guarda il dito e si accorge che dalla caccola si agita un verme piccolissimo, si guarda allo specchio un altro verme, gli esce dal naso, gli sfiora le labbra, gli altri non escono più dalle narici, gli hanno bucato il naso,sono tanti, tanti. Si sveglia.
 
Le 8. Sente la madre che torna, è tutto sudato, che schifo di sogno, si alza, ma è come si sentisse   la febbre, il carcere, i pensieri del carcere, gli interni della barca, il cuore gli salta dentro il petto e fa il numero, non respira bene,
 
Perché non ce ne andiamo?
 Dove?
 Non lo so, dove ti piace.
Venezia?
Non sono mai partito.
Venerdì. Ce ne andiamo Venerdì.      Venerdì, Sabato e Domenica.
Prenoti tu?
Cosa?
Tutto, aerei, alberghi, tutto.
Ma sei sicuro?
 
Dentro di noi hanno messo un seme. E' il seme della rivolta, la rivolta più cieca, la rivolta contro la vita. Non è una rivolta contro il passato o il presente, è la voglia di farla finita, non lo sappiamo che abbiamo capito che non c'è soluzione, la corsa verso l'allontanamento è istintiva, è irragionevole. La parte più stupida di noi vuole continuare a vivere aspettando che succeda qualcosa che ci dimostri che abbiamo fatto bene a non dare ascolto a quel momento in cui tutto è contro la nostra stessa esistenza, la voglia di uscirsene, contro il non senso di ogni nostro giorno. E' il seme della morte, una morte anticipata, una scelta di convenienza, l'unica uscita da un gioco inutile, in un labirinto da cui si esce, ostinandoci a vivere, solo per condanna. Non lo sappiamo, ma da quel momento cominciamo a dare spallate, contro tutto e tutti, una guerra di odio, che invece è contro di noi che vogliamo continuare a vivere, a sperare, contro una realtà di inutili attese.
E' così che finiamo in carcere o al cimitero.    
 
In aereo sfogliò la rivista ficcata nella tasca della spalliera.
C'è una foto del pittore che hai in casa.
Vediamo? Ah, Hopper, lo guardò stupita, lo hai riconosciuto!
Voglio andare qui in questo albergo. E le porse la rivista.
 Ma io ho già prenotato!
Andiamo qui.
Ma hai idea quanto costa una camera?
Guardava dal finestrino cupo, come se fosse solo.
 
Passò tutto così, da un'emozione ad un'altra, la hall dell'albergo, i lampadari grandissimi nei soffitti alti, la professionalità aristocratica dei portieri, le vetrate, i passi sulla moquette, la suite, lo stupore del cameriere per la mancia folle, i fiori nella stanza da letto, il balcone sul Canal Grande, il bagno pieno di sali, marmi, il panno alle pareti, lei rapita, allegra, usciamo, siamo a Venezia, in gondola, i palazzi che scivolavano lentamente davanti ai suoi occhi, quella strana città, senza auto, piena di ponti, di marciume, di colori pastello, aveva sempre avuto una passione per gli orologi, ora compriamo due orologi identici, e li porteremo tutta la vita, sua madre avrebbe dovuto sgobbare due anni per pagarli, la cena fra le candele, la musica in sordina, il casinò, tutta quella strana gente, che si aggirava sorridendo e immusonita, vincere, poi perdere, poi vincere ancora, la notte a piedi, mano nella mano, i ritorni in albergo, un sesso sfrenato, lo stupore di lei, che non capiva la sua smania, i suoi sbalzi di umore, perché il cellulare sempre chiuso nel cassetto? Di notte si svegliò e lo vide affacciato fuori sul balcone, appoggiato al muro, che hai? Niente ora vengo, fra un poco. Al ritorno,in aereo si addormentò, dormì per tutto il viaggio, la accompagnò con il taxi, mi telefoni vero? hei dico a te, perché non mi guardi? Non lo dimenticò più quello sguardo, quando alzò gli occhi verso di lei, fece di sì con la testa.
 
E' tornato ieri sera,
Ha visto signora, glielo avevo detto, si è preso una vacanza.
In questa settimana non hanno fatto altro che telefonare, sempre la stessa voce.
Mah, forse era un amico.
L'altro ieri sono venuti, volevano sapere quando sarebbe tornato, non erano giovani, non erano amici.
L'ha detto a suo figlio?
Si.
E lui?
Va su e giù per la stanza, l'ho sentito tutta la notte, al mattino l'ho chiamato, vengo mamma, ora vengo, esce solo quando suona il telefono, mi guarda, rispondo che non c'è, torna a letto, poi riattacca a camminare.
Me ne vado, torno a casa, non riesco a fare niente, mi scusi.
Vada, signora, vada, non si preoccupi.
 
 Come la sera prima, bussò alla porta del figlio, vuoi mangiare qualcosa?
 No, dammi il portatile, se telefonano non rispondere, rispondo io
 
 
 
E' una settimana che ti sto telefonando.
Lo so.
Dimmi come è andata.
Male  . . .  Pronto?
Dimmi.
 
 
Non mi sono accorto che mi venivano dietro.
Chi?
E che ne so? Dopo la tua telefonata, sono uscito dal porto, dal casotto della Capitaneria mi hanno guardato senza fermarmi. Ho fatto un giro lungo per arrivare alla banca. Il lungomare, poi la circonvallazione, quando sono stato a metà strada di via Domenico Orlando, mi hanno bloccato.
Chi cazzo ti ha bloccato?
Non ho frenato, sono cascato, mi hanno puntato una pistola alla testa strappato lo zaino sfilato la chiave dell'accensione della moto, pochi secondi, era una Punto, una Punto bianca.
Erano della barca?
Mai visti.
Ma non potevi telefonare?
Ho telefonato, mi sono fatto portare l'altra chiave, sono andato al porto, se ne erano andati.
E in tutti questi giorni che minchia hai fatto.
Sono andato lungo la costa, mi sono fermato nei porti di Messina , Bari .Potevano fermarsi. Non li ho più visti.
Ma se la moto, è sempre stata qui.
Mi sono fatto prestare la macchina da mio cognato  . . . Pronto?
Si sono qua, per lo meno sai come si chiamano, sulla barca c'era un nome, hai preso la targa della macchina?
Le barche erano due, sì, di una mi ricordo il nome, la targa cominciava con DJ. Non ho fatto a tempo.
Luridi cornuti, tanto li prendiamo, maledetti figli di gran puttana. Tu intanto esci, che fai chiuso in casa, non è stata colpa tua, ci sarei cascato pure io, portami il nome della barca, intanto faccio qualche telefonata, tanto faccio che li trovo e gli faccio cacare sangue. Quando vieni?
Subito.
Scriviti tutto quello che ti ricordi, in che lingua parlavano, di che colore erano le barche, quanti metri, in quanti erano, che c'era scritto sulle magliette dei marinai, quanti alberi, tutto quello che ti ricordi. Dove vanno vanno, li trovo. Cerca di ricordarti qualcosa della macchina, può essere che non era rubata. Annacati.
 
 
 
 
 
 Le barche erano due, tre alberi, di colore bianco tutte e due, in una, in quella in cui era entrato per fare la consegna, c'era scritto il gabbiano, e cominciò scrivere, tutto quello che ricordava, il marinaio che portò il caffé, sulla maglietta bianca, aveva la stessa scritta il gabbiano, ricordava l'arredamento interno, divani, sedie tavoli, la posizione nel molo dove erano ormeggiate, l'ora in cui aveva organizzato l'incontro, riempì due facciate, c'era il problema del cognato, ma l'avrebbe convinto a testimoniare, non aveva mai una lira,
 volava con la moto, la casa era nella campagna di Paternò,
 sono io,
 aspetta che ti vengo ad aprire, no non entrare di qua, non voglio che ci sentano, ce ne andiamo nella tavernetta,
 c'è troppo buio,
 a destra c'è il pulsante luminoso, ecco.
 
Scalciò alla cieca, gli tirarono le braccia sulla schiena per legargli i polsi, cascò con la pancia per terra, qualcuno gli prese la nuca con tutte e due le mani e gli schiacciò la faccia sul pavimento, sentì che gli stavano legando le caviglie, tirarono la corda, la fecero girare intorno al collo e lo lasciarono lì per terra, accartocciato, pieno di odio, le gambe piegate, i polpacci schiacciati, gli arrivò una pedata sul fianco, uno sputo in faccia, sentì chiudere la porta, era giovane, forte, poteva stare così quanto voleva, non sapeva che se poteva resistere di più sarebbe stato tutto ancora più tormentoso, più resisteva, più la morte sarebbe arrivata lentamente, se la sarebbe sentita arrivare quando il dolore delle gambe si sarebbe fatto irresistibile, ad un certo punto avrebbe dovuto stendersi, il suo corpo il suo stesso corpo, la sua stanchezza,  l'avrebbe ucciso,
 se mi metto in ginocchio riesco a tenere le gambe piegate,
 ci provò e cadde subito sul fianco, ecco così il dolore era minore,  ma solo per poco, perchè non poteva non lasciarsi andare, si sentiva strozzare,  disperato ripiegò le gambe ancora per qualche secondo, e alla fine, piano piano, capì che stava morendo, perse coscienza le gambe si stesero per quanto la corda lo permetteva, il collo serrato, gli occhi chiusi per l'ultimo sforzo, poi si arrese alle sue gambe, alla sua fine.
 
 
Quando rientrarono lo trovarono così, piegato in due, lo tirarono su, afferrandolo per la corda tesa fra il collo e le caviglie,il suo corpo mentre lo portarono fuori era come un arco appeso, lo buttarono nel bagagliaio di un'auto, ormai era buio.
 
 
Alcuni operai lo videro all'alba, a lato della strada, di fronte ad una discarica.
Tu non sei un uomo, sei monnezza.
Mi domando cosa avremmo dovuto fare per salvarlo.
 
 La guardava spettatore silenzioso e incantato, lei muovendosi, componeva un'opera d'arte dopo l'altra in armonia con tutto, i colori della casa, lo spazio, i quadri, le tende, i mobili, i tappeti e lei, protagonista , un quadro che mutava continuamente, coinvolgente, magico.
 In quei momenti avrebbe avuto la possibilità di capire che dopo o insieme alla caccia dei soldi, c'era altro.
Quando si affacciò sul Canal Grande, quella notte, mentre lei dormiva, insieme all'angoscia , possibile che non aveva sentito niente? Tutto quel silenzio, quelle luci riflesse nell'acqua, quelle case, fradice, vecchie, colorate, la sensazione di qualcosa di grande.
Passeggiava nella stanza atterrito, mentre sentiva il telefono suonare. Possibile che non l'abbia colto un dubbio guardando i libri della scuola che sua madre aveva messo in ordine su una mensola?
Perché non è scappato? Aveva una moto che poteva fare centocinquanta all'ora, in una notte poteva arrivare al Nord e poi allontanarsi ancora, non sarebbe facile trovarlo, poteva avere qualche possibilità di farla franca.
La sua unica alternativa era continuare ad associarsi con i suoi carnefici. Era stato fedele al valore dei soldi, l'unico che conosceva, se avesse capito che la sua irrequietudine poteva dargli altro, emozioni, possibilità, passioni, dubbi, illusioni, amori, avrebbe avuto mille ragioni per cercare di salvarsi.
Non gli è stato detto, non ha fatto a tempo a capirlo.
 
 
Mi sono messo a studiare inglese.
Voglio finire la mia vita girando il mondo con uno zaino, è quello che vado dicendo ma non sono certo di dire la verità, trucco me stesso, cerco di piacere a tutti, facendo finta di essere diverso da come sono. Ma come sono? Forse non mi piaccio, e mi atteggio, dico sempre le stesse minchiate,  ho in serbo una manciata di slogan, sempre gli stessi, così mi sono perso per strada, non sono sicuro di me, non so più cosa prediligo, sono diventato uno specchio, ci si specchiano tutti, si riconoscono.
 
 
 
Tutti gli anni di studio, che mi sono fatto, quanti sono stati dalle elementari alla laurea, venti? Venti anni di noia.
 
L'ultima volta che ho visto la madre, era seduta con la bara del figlio davanti, guardava per terra, incapace di piangere. Non l'ho più vista, so che va al cimitero ogni mattina, guarda la fotografia, la stessa che è comparsa sul giornale, e torna, inebetita.
Ogni tanto trovo un sacchetto con un vaso di fiori agganciato al cancello, fiori rossi, lo so che è lei.
 
Dopo la sua morte si era data ad altri amanti ma lui le tornava in mente.
Le slacciava la vestaglia, nessuno l'aveva mai guardata come la guardava lui, quegli occhi sempre irrequieti con lei divenivano adoranti, le carezzava le labbra con le punte delle dita, le sfiorava i seni, con il naso, la bocca, le guance, le afferrava con le palme delle mani le anche, le cosce, si inginocchiava per baciarla, dentro di lei si perdeva, la rimirava, moriva.
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Da uno dei suoi viaggi di lavoro era tornata con un manifesto che riproduceva un quadro di Hopper, l'aveva lasciato srotolato sulla scrivania dello studio. Lo ricordava così, tutto serio che guardava quella scena stampata, mentre ascoltava lei, che gli parlava della solitudine nella città, della incomunicabilità fra le persone chiuse nel loro silenzio. Nessuno riuscì a capire perchè quel manifesto era stato fissato alla parete con le puntine da disegno fra quadri d'autore.
 
 Non lo dimenticò, avrebbe voluto dimenticare la fotografia di lui sulla prima pagina de La Sicilia, l'orrore che la travolse, l'ansia che non sentì più quando suonava il telefono ogni tanto, la sera.
Il suo orologio, non se ne staccò più.
 
Fine.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
              
 
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