Se stessimo un poco zitti...

Moto, auto, fischiettate dei vigili, le sirene delle ambulanze, della polizia, camion, musica ovunque, televisione e radio ovunque, autobus, pullman, cantieri, lavori stradali, clacson, la notturna movida catanese, chitarre, canti, liti, risate, un casino che solo la nostra abitudine da mitridatizzati, può farci sopportare.

Capita che mi diano un appuntamento fuori città, in campagna o vicino al mare, fuori e lontano da ogni centro abitato. Arrivo prima, non c’è ancora nessuno. Spengo il motore, e il silenzio mi annulla, solo un poco di vento, le foglie che si muovono appena, rimango in ascolto non so di che, forse di tutto quello che di me ho dimenticato, mi annullo in ascolto, è come se intorno a me, in quella pace improvvisa tornassi, so da dove, ricevo silenzio, faccio parte delle cose che mi stanno intorno, divento albero, foglie, vento, non sono un intruso, ora so quanto di me ho tradito.

Fellini poco prima di morire disse:” Chissà, se stessimo un poco zitti, forse riusciremmo a capire qualcosa”.

E’ come se fossi sul punto di capire non so che, un silenzio di attesa, tutto intorno a me è in attesa di capire.

Forse è questo che voglio, una voglia di ascolto, di un silenzio che invogli il ritorno di quanto non è più in me, paura e silenzio, in una pace ritrovata, me ritrovato, era questo che vorrei tornare ad essere, solo per un poco.

Molti anni fa, bandirono un concorso per la progettazione di un ospedale psichiatrico. Riuscii a formare un gruppo di tecnici per parteciparvi. Naturalmente visitammo alcuni manicomi: un’esperienza di un’angoscia indicibile. Alcuni malati scuotevano la testa, avanti e indietro, su e giù, per ore, fino alla sfinimento, lo sguardo spento, lontani da tutto.

Non so a quanti chilometri di altezza non c’è aria, né luce, avviene tutto nel silenzio, se due pianeti si scontrano, o esplodono, se i loro pezzi si scagliano lontano, avviene tutto in un vuoto muto, un incubo spettrale, uno spettacolo inumano, enormi masse inutili che girano sempre, sempre.

La stessa follia, il ripetersi inutile dello stesso movimento da manicomio senza requie, senza scopo.

La pace nel quale quel giorno mi lasciai andare era diversa? Anch’io corro, da un appuntamento ad un altro, per costruire qualcosa, cosa? In mezzo al chiasso di ogni giorno, tanto che c’è da capire? Passare la vita, dimenticarla, riempirla di …cosa? Su e giù, un percorso affannoso, fermato da alcuni abbandoni nel silenzio, e poi… su e giù, avanti e indietro.